Il sottosegretario Chiavaroli visita le lavorazioni di Officina Giotto in carcere

 

Un’intera mattinata dedicata alla casa di reclusione di Padova e alle sue lavorazioni. Il sottosegretario alla Giustizia Federica Chiavaroli ha voluto dedicare tutto il tempo che serviva per incontrare gli operatori e i detenuti del Consorzio sociale Giotto. La visita si iscrive all’interno di una serie di analoghi incontri che ha visto l’esponente del Governo visitare già 15 carceri italiane (ieri era a Venezia nel carcere femminile della Giudecca), assieme a funzionari e dirigenti. E anche a Padova la delegazione era nutrita, con Paola Giannarelli, responsabile del Servizio programmazione delle politiche di innovazione e controllo di gestione al Ministero della Giustizia, più altri componenti della segreteria del viceministro Gennaro Migliore, accompagnati dal provveditore alle carceri del Triveneto Enrico Sbriglia e dal direttore della casa di reclusione Ottavio Casarano.

 

Dopo la visita ai padiglioni che ospitano le varie attività lavorative (call center, pasticceria, costruzione biciclette, assemblaggio valige e altre) Chiavaroli si è incontrata con i dirigenti di Officina Giotto per uno scambio di idee sul lavoro in carcere. «Le abbiamo sottoposto i frutti di oltre 25 anni di presenza nella casa di reclusione», racconta il presidente del consorzio Nicola Boscoletto, «e ci fa piacere che il sottosegretario abbia affermato che questa esperienza, così come tante alte cooperative italiane in carcere, è un’eccellenza che va preservata e diffusa».

 

Dopo la proiezione di alcune slide sull’impatto socio economico del lavoro in carcere («il lavoro vero però», ha tenuto a precisare Boscoletto, «quello che rispetta gli ordinamenti e la dignità delle persone»), Chiavaroli ha aggiornato i presenti sulle riflessioni in atto nel Ministero in seguito agli Stati generali sull’esecuzione penale, conclusi un mese fa, nate dal desiderio di valorizzare le eccellenze e diffondere il più possibile la cultura e la pratica del lavoro nei penitenziari italiani, evidenziando anche le difficoltà di comunicazione tra istituti. «Il Ministero della Giustizia è fortemente impegnato in quest’opera», ha aggiunto Giannarelli, «troviamo importante che gli imprenditori siano coinvolti e stiamo studiando nuove modalità per coinvolgerli».

 

Molto “caldo” e sentito anche l’incontro successivo con una quarantina di detenuti, che hanno raccontato le loro esperienze di cambiamento personale, attraverso il lavoro e gli incontri in carcere. Storie di persone che intendono tornare a una normalità, a sposarsi con la propria donna, a rimettersi in gioco oppure che hanno trovato un lavoro ed esprimono la soddisfazione di poter aiutare altre persone in difficoltà.

 

Chiavaroli e Giannarelli hanno interrogato i presenti sull’importanza del lavoro. Importante fino al punto di spostarsi lontano dai propri cari, in un carcere di un’altra regione, pur di potersi mantenere? Per Angelo, ad esempio, uno dei detenuti più esperti del call center, è stato proprio così. Una scelta presa di comune accordo con la moglie e certo non priva di implicazioni, considerate la distanza e la difficoltà di comunicare.

 

«Vi prometto che tornerò presto, grazie delle vostre testimonianze», ha concluso il sottosegretario, che in seguito ha visitato i laboratori di Ristretti Orizzonti, una realtà di primaria importanza nel panorama italiano per il contributo che offre alla conoscenza della situazione della giustizia e dell’esecuzione penale nel nostro paese, con particolare attenzione alle condizioni di vita dei detenuti.

 

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