Il quotidiano Avvenire e il carcere di Padova

calendar Giovedì 1 Gennaio 1970

Il quotidiano cattolico Avvenire ha pubblicato a cavallo di Capodanno due interventi dal carcere di Padova.

 

Il primo è una testimonianza di un detenuto che sta terminando di scontare la sua pena, ma parallelamente anche un percorso di pieno reinserimento nella società. Una confessione sincera, a cuore aperto, con affermazioni che spiazzano: «Le cose che contano le ho imparate dagli ergastolani: la buona educazione, la pazienza, la tolleranza; il rispetto, l’importanza di mantenere unita la propria famiglia. A loro devo quasi tutto».

 

Il secondo intervento è una riflessione sul carcere del presidente di Officina Giotto Nicola Boscoletto. Boscoletto propone un tema che sembrerebbe avere poco a che fare con il carcere, l’amore. Eppure, partendo da un fatto di cronaca (il “serial killer” evaso mentre era in permesso) e riflettendo sulla superficialità con cui i media e l’opinione comune trattano questi argomenti, propone alcuni esempi tratti da questi anni di esperienza in carcere che mostrano la verità delle parole di papa Francesco: «A volte penso: “Perché lui è lì e non io, che ho tanti e più meriti di lui per stare li?”. E quello mi fa bene, eh? Perché lui è caduto e non sono caduto io? Perché le debolezze che abbiamo, sono le stesse e per me è un mistero che mi fa pregare e mi fa avvicinare a loro”».

 

 

Avvenire, martedì 31 dicembre, p. 10, «Da 17 anni in cella Rinato con il lavoro» (N. Scavo)

 

 

«Le cose che contano le ho imparate dagli ergastolani: la buona educazione, la pazienza, la tolleranza; il rispetto, l’importanza di mantenere unita la propria famiglia. A loro devo quasi tutto». Come ogni favola anche quella di Francesco ha una morale: «Il carcere, nonostante tutto, serve a qualcosa. È lì che ho incontrato umanità tra persone di cui mai avrei detto. È lì che ho ricevuto l’affetto degli operatori che sono riusciti a fare di me un uomo nuovo».

 

Francesco aveva 17 anni quando è entrato. Uscirà a febbraio dopo averne trascorsi altri 17 dietro le sbarre. Non fu una ragazzata. Ma adesso che ce l’ha fatta; adesso che è in prova ai servizi sociali, che sogna solo di «diventare un bravo spazzino, uno di quelli che la gente quando passa deve restare a bocca a aperta e dire “si vede che qui ha pulito Francesco”», adesso che è riuscito a rimettere insieme i cocci di una vita non ancora sprecata, insomma «ora vorrei essere ricordato per quello che sono diventato e non solo per quello che accadde allora».

 

Diciassette armi fa qualcuno morì per colpa sua. «Entrai in carcere che avevo saputo che la mia ragazza era incinta di neanche due mesi». Non è facile diventare padre da minorenne. «Figurarsi per uno come me. Uno che aveva tradito la famiglia, che aveva bruciato gli anni che contano, uno che aveva vissuto male e a cui è bastato un momento per rovinarsi».

 

Eppure dietro le sbarre Francesco ha imparato la lezione dagli ultimi della classe. «Gli ergastolani, quelli che sanno che da qui usciranno da vecchi o da morti, mi hanno trasmesso l’importanza di una vita piena. Non contano i soldi, i capricci, i vizi, se poi finisci dentro e non te ne fai nulla se a Natale non puoi guardare tuo figlio che scarta i regali». Conta solo il cuore: «Il bene che ti vogliono gli altri e quello che tu vuoi a loro. La carezza di chi ti ama e il sorriso dei tuoi bambini».

 

Non avesse incontrato i volontari del “Due Palazzi” di Padova non sarebbe riuscito ad andare a fondo nel faticoso lavoro di introspezione. «Quando guardi dentro a te stesso, quando ti fai delle domande, sempre le stesse, finché non trovi la risposta, è come operarsi senza anestesia. Ma è da questo dolore, dalla comprensione del male fatto agli altri, dalla scoperta delle tue miserie che puoi sperare di ricominciare». Il resto, dal sovraffollamento alle condizioni di vita impossibili, sono un solo rumore di fondo. «Certo che conta poter stare in celle decenti, ma quello di cui c’è più bisogno è poter offrire a tutti un percorso di rinascita. E questo lo fai soprattutto in un modo: il lavoro. Senza poter lavorare la detenzione è solo una punizione senza futuro» .

 

Vite che girano a vuoto. E il male, il niente dell’ora d’aria, la rabbia, non potranno che alimentare «altro dolore, altra rabbia, altra violenza».

 

Adesso che è in prova presso la cooperativa Giotto, dove si occupa di servizi di pulizia, Francesco ha un solo desiderio: «Poter continuare con questo lavoro. Una volta guardavo con commiserazione le persone che lo facevano. Ma oggi mi sembra il mestiere più bello del mondo». Come se nel lustrare ciò che è sporco ci sia la somma dei suoi giorni passati. Di una vita sordida che diventa specchiata. «Ricomincio da qui. Dalla mia divisa da netturbino. E mio figlio ne è già fiero».

 

 

Avvenire, venerdì 3 gennaio, p. 2, Carcere e amore Assieme si può (N. Boscoletto)

 

 

Caro direttore,

propongo due pensieri e una conclusione sul carcere, che riguardano non solo i quasi 65mila reclusi nelle 205 carceri del Paese, ma tutti noi italiani. Ci siamo già dimenticati i due detenuti evasi il giorno dopo che il ministro della Giustizia Cancellieri aveva presentato il “Decreto carceri”. In una frazione di secondo tutti gli speculatori, dai network ad alcuni politici, si sono scatenati. Per fortuna, grazie all’efficienza dei nostri investigatori, i fuggitivi sono stati catturati velocemente. Cosa sarebbe successo se il serial killer fosse tornato a uccidere? Il film che avremmo visto sarebbe stato un altro. Ma è ragionevole per la nostra società affrontare così un problema tanto importante? Dove stiamo sbagliando? Sant’Agostino a proposito della pena, pur necessaria, ricordava che «deve essere proporzionata alla colpa, non avere il carattere di una vendetta né di una incontrollata ed esorbitante scarica emotiva, ma di un atto di ragione commisurato al duplice fine della conservazione sociale e della correzione del colpevole. Nella proporzionalità sta la giustizia della pena». Vendetta e scarica emotiva: non sono questi i criteri con cui ognuno di noi era tentato di valutare questi fatti? Ma la ragionevolezza è un’altra cosa.

 

Il secondo pensiero riguarda la pena. Che cosa vuol dire scontare una pena? Mi aiuto con uno dei fatti che più mi hanno colpito in 24 anni di lavoro, assieme a tanti amici, gomito a gomito con i detenuti. Un ergastolano, grazie a uno dei primi permessi dopo 17 anni di galera tra cui alcuni in isolamento, partecipa con noi a una mostra su esperienze di umanità dalle carceri italiane e dal mondo. Dopo una visita guidata, Rebecca, una bimba di 8 anni, gli chiede: «Antonio, perché prima di uccidere non ci hai pensato due volte?». Lui trova solo la forza di rispondere: «Sì, Rebecca, hai ragione, dovevo pensarci prima», scappa dietro le quinte e ci chiede di riportarlo in cella. Naturalmente noi l’abbiamo ributtato subito nella mischia. Dopo 17 anni di carcere quell’uomo ha iniziato a scontare veramente la sua pena solo di fronte alla domanda ingenua di una bambina di 8 anni. Una domanda disarmante, un perché carico di amore: perché non ti sei voluto bene? Altrettanto disarmante è un altro episodio, accaduto in Brasile. Un detenuto era evaso 12 volte. Un giorno un bravo magistrato lo ha destinato in una struttura gestita da civili, senza agenti e armi, in cui fuggire sarebbe stato un gioco da ragazzi. Risultato? Nessuna evasione. Il magistrato incredulo lo visita e gli chiede: «Sei scappato 12 volte, e da qui dove potresti scappare in ogni istante non te ne vai?». Risposta: «Dall’amore non si fugge». Per la prima volta gli succedeva che qualcuno gli volesse bene. Conclusione. Abbiamo tutti bisogno di volere un po’ più di bene a noi stessi, di guardare con tenerezza alle nostre debolezze e perciò di volere un po’ più di bene a chi ci sta di fronte. Come papa Francesco ha raccontato a proposito delle sue telefonate ad alcuni detenuti in carcere a Buenos Aires che andava a visitare quando viveva lì: «Quando finisco, penso: “Perché lui è lì e non io, che ho tanti e più meriti di lui per stare li?”. E quello mi fa bene, eh? Perché lui è caduto e non sono caduto io? Perché le debolezze che abbiamo, sono le stesse e per me è un mistero che mi fa pregare e mi fa avvicinare a loro”».

 

Presidente Officina Giotto, Padova

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