Dal Minas Gerais a Padova, la collaborazione con le Apac continua

calendar Giovedì 1 Gennaio 1970

 

Una collaborazione sempre più stretta, quella tra Officina Giotto e le Apac (acronimo di Associação de Proteção e Assistência ao Condenado), le carceri senza guardie e senza armi gestite dalle comunità locali che si stanno diffondendo sempre di più in Brasile e non solo.

 

Denio Marx Menezes, giovane ispettore della Febac (la federazione delle Apac) ha dedicato tre intensissime giornate alla conoscenza di Officina Giotto, delle sue strutture, delle persone, alla visita ai laboratori dentro e fuori dal carcere. Tre giorni conclusi con l’incontro faccia a faccia con i detenuti lavoratori di Officina Giotto.

 

«Sono qui solo per imparare», ha esordito Denio. «A me le Apac non piacevano, poi man mano che le ho conosciute ho lasciato il mio lavoro di difensore pubblico e mi sono coinvolto, prima come volontario e poi a tempo pieno». Valdeci António Ferreira, il leader del movimento, conta su di lui per verificare che in tutte le sedi brasiliane ed estere i dodici punti che costituiscono il metodo Apac vengano applicati. «Per me più che un lavoro è una missione», racconta Denio, «qualcosa che mi ha cambiato profondamente. E poi recandomi all’estero vedo tante esperienze da cui trarre qualcosa per migliorarci. Ad esempio il lavoro come lo concepite voi a Padova. Per noi il lavoro ha soprattutto un aspetto educativo, da voi invece è un vero e proprio mezzo di reinserimento sociale».

 

I lavoratori del consorzio ascoltano molto attentamente le sue parole, pongono domande. Non è comune incontrare un ospite che parla di fratellanza, unità, fiducia. «È raro anche da noi in Brasile», conferma Denio, «quando mai un detenuto si sente dire ‘Io credo in te’? Eppure tutto comincia da qui». Il giovane ispettore, che parla un ottimo italiano, a precisa domanda risponde che per entrare nelle Apac non conta l’entità del reato commesso. In Brasile l’ergastolo non esiste, ma solo per modo di dire, perché ci sono persone condannate a più di cent’anni di carcere. Ma per entrare in queste singolari galere di cui i detenuti possiedono le chiavi (senza peraltro che evada nessuno) più che la fedina penale conta la voglia.

 

È il punto numero uno del metodo: voler dare una svolta alla propria vita. All’ingresso, i recuperandi - di carcerati non si parla – firmano un patto, una formale promessa. Non saranno da soli, avranno tanti amici, volontari ed operatori ad aiutarli. Avranno vicine anche le loro famiglie, è un punto imprescindibile del metodo. Impareranno un’idea a cui forse neanche noi siamo molto abituati: che la libertà si merita ogni giorno con le proprie azioni. E se sbaglieranno? «Qualche volta accade», spiega Denio. «Loro sanno che prima di tutto verranno giudicati dai loro stessi colleghi del “consiglio di sincerità e solidarietà”». Si può sbagliare e si può riprendere, l’errore non è l’ultima parola.

 

Utopia? Mica tanto. Lo stato brasiliano, dopo più di vent’anni, si è accorto di queste comunità in cui la recidiva è sei, sette, otto volte inferiore alla media nazionale (da oltre il 90 a meno del 15 per cento). In un paese in cui i reclusi raggiungono la cifra spaventosa di 600mila unità, ci si è accorti che finanziando le Apac si ottengono maggiori risultati e si risparmiano pure soldi. Tutto messo nero su bianco in documenti ufficiali: la direzione verso cui andare è questa, integrata da una sottolineatura sul lavoro propria della cooperazione sociale italiana. Così le Apac aumentano giorno dopo giorno. Per Denio, una vita con la valigia in mano. In ogni angolo del Brasile, forse del mondo, c’è qualcuno che ha voglia di ricominciare.

 

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