Una pagina del Mattino di Padova per l'intervista a Boscoletto sul carcere

 

Le sanzioni europee della Corte dei diritti dell’uomo incombono. Al di là di ogni allarmismo, un’occasione per fare il punto sui reali problemi del mondo del carcere. Il Mattino di Padova domenica 25 maggio dedica un’intera pagina a un’intervista firmata dal direttore Antonio Ramenghi a Nicola Boscoletto presidente di Officina Giotto per toccare i tempi più scottanti della condizione carceraria.

 

 

 

Il Mattino di Padova, domenica 25 maggio, p. 11, «Portare il lavoro in carcere è la nostra unica via di fuga» (A. Ramenghi)

 

 

 

PADOVA Oggi si vota per l’Europa, tuttavia nelle campagna elettorale appena terminata poco si è parlato di Europa, del fatto che molte leggi che governeranno il nostro futuro saranno europee e molte regole in diversi settori verranno stabilite dall’Unione dei 28 Paesi e andranno rispettate. E niente si è detto di una imminente scadenza, quella del 28 maggio, quando scadrà l'ultimatum all’Italia per la condizione in cui versano le nostre carceri. O l’Italia si mette in regola o fioccheranno multe di decine e decine di milioni di euro. Nicola Boscoletto da 25 anni opera nelle carceri facendo lavorare i detenuti. Grazie a questa e ad altre attività presenti nella Casa di reclusione Due Palazzi di Padova ha permesso alla città del Santo di esprimere un’eccellenza a livello nazionale e internazionale. È a lui che chiediamo: cosa succederà dopo il 28 maggio, dopo che l’Europa ha concesso un anno di tempo all’Italia per rientrare nei parametri previsti dall’Unione?

 

«Certo, l’Italia in questo anno non è stata a guardare, ha iniziato a rimuovere alcune macerie. Quello che si è fatto negli ultimi due anni, prima con il Ministro Paola Severino e poi con il Ministro Annamaria Cancellieri non si era mai fatto. Rimane molto da fare, moltissimo soprattutto per quanto riguarda il cuore delle funzione del carcere e cioè il trattamento, la funzione rieducativa che ci detta l’ormai famosissimo e pluri citato art.27 della Costituzione».

 

Scusi Boscoletto, l’Italia non sarà stata a guardare ma mi sembra che lei stia dando un credito eccessivo ai ministri quando invece tutto il terzo settore che opera nelle carceri è infuriato per le condizioni in cui sono i nostri istituti di pena al punto che il processo di infrazione sembra proprio inevitabile.

 

«Il primo ad essere arrabbiato sono io e se si riferisce alla lettera-appello firmata da tutto il mondo del volontariato, dell’associazionismo e della cooperazione italiana, stia tranquillo ci siamo anche noi. Però è più forte di me non riesco a essere negativo, stiamo assistendo tutti i giorni a urla, tutti si offendono tutti si attaccano, tutto va male, mai vista così tanta gente che vuole il bene del popolo. Poi in Italia c’è questo fenomeno particolare che quando una cosa non va è sempre colpa degli altri, anche quando sei solo a fare una cosa».

 

Va bene, ma il 28 maggio è qui e le condizioni dei carcerati non sono migliorate, i metri quadri per detenuto calano ogni giorno per un affollamento che ha raggiunto proporzioni inaccettabili.

 

«Certo, ma ridurre tutto ad una questione di metri quadri è un errore. Sia chiaro è importantissimo avere un minimo di spazio vitale, ma non fare niente in 3 metri quadri e non fare niente in 7 metri non cambia molto. Se non diamo una risposta vera, seria, rispettosa dello scopo della pena a chi esce e a chi in carcere vi rimane, rischiamo di essere degli ipocriti burocrati e di perdere questa grande occasione in cui l’Europa ci ha costretto a riprendere in mano il nostro sistema penitenziario».

 

Siamo, stando agli ultimi dati, al penultimo posto in Europa, dopo la Serbia!

 

«In questi anni ho conosciuto e approfondito il tema carcere a livello europeo e mondiale. Il problema delle persone rinchiuse nelle carceri è una piaga e una vergogna europea e mondiale. Prendiamo i tanto citati paesi nordici, Svezia, Norvegia, Danimarca. In alcuni casi spendono anche 500 euro al giorno a detenuto, 15.000 euro al mese, per avere quali risultati? Quando va bene una recidiva tra il 40/30% da una parte e un tasso di suicido dopo il fine pena molto più elevato della media. Non è oro tutto ciò che luccica. Certo le cose in Italia vanno male, molto male, ma non da oggi o da quando ci ha scritto l'Europa: vanno male da 30 anni. Però ci sono anche cose buone, poche ma ci sono».

 

Quali?

 

«Ad esempio tutto quello che in questi anni il volontariato, l’associazionismo e la cooperazione hanno fatto versando sangue e lacrime e spesso ostacolati da chi doveva fare le cose o aiutare chi le faceva. Senza togliere nulla all’importanza di tante altre cose, l’esperienza di far lavorare i detenuti attraverso la collaborazione qualificata del mondo delle imprese sociali è sicuramente il fiore all’occhiello che l’Italia ha sviluppato e che è oggetto di studio e riproduzione in molti paesi del mondo. Certo sono pochi esempi e piccoli numeri ma rappresentano una strada collaudata. Rappresentano una speranza. I numeri sono piccoli in quanto solo il 4%, (2250 detenuti) ha un lavoro degno di questo nome. Il tasso di disoccupazione è del 96%. La recidiva sul 4% (quelli che lavorano) si attesta, in base ai percorsi, tra il 10 e l’1%, mentre per il restante 96% (quelli che non lavorano) si attesta tra il 70/90%. Se aggiungiamo che un detenuto costa alla collettività complessivamente 250 euro al giorno il conto è presto fatto».

 

Diceva di processi ostacolati da chi doveva fare le cose e doveva aiutare, a chi si riferisce?

 

«Non è semplice dare un nome e cognome perché quando è un sistema - la solita burocrazia, gli apparati, gli interessi, le cose consolidate - che non va, che non funzione, fai fatica. È come entrare in autostrada e immettersi nella direzione prescelta, appena fatta la curva che ti immette nel rettilineo vedi tutte le macchine che ti vengono contro, allora pensi, oh Dio sono in contromano. Ti fermi, guardi bene e ti rendi conto che hai scelto la direzione giusta e che sono tutti gli altri contromano. Eppure se non ti tiri via tu, ti asfaltano».

 

Cosa bisogna fare per fermare il flusso contro senso?

 

«Una cosa semplice, nello specifico rispettare le leggi più belle che il nostro sistema penitenziario ha, rispettare lo scopo che la nostra costituzione si è data. La legge Smuraglia, ad esempio incentiva le cooperative sociali e le imprese ad occuparsi di lavoro per i detenuti, è la migliore che ci sia e non perché lo diciamo noi, anzi spesso noi siamo bravissimi a fare le cose migliori e poi a distruggerle, mentre il resto del mondo ce le copia».

 

Ma come si fa con la crisi e la disoccupazione spendere soldi per dar lavoro ai detenuti? La gente si infuria…

 

«Non si tratta di spendere ma di investire. Ogni milione di euro investito nella rieducazione attraverso il lavoro, che ricordo essere per legge un obbligo nei confronti dei detenuti, se ne risparmiano nove, ripeto nove. Quindi vuol dire che a chi fuori non ha il lavoro, alla scuola, alla sanità, al sociale, agli esodati, agli anziani possiamo dare non 1 milione di euro ma 8, 80, 800 milioni di euro. È un problema di mala informazione e di un uso del tema della sicurezza per scopi diversi da quelli previsti».

 

Rimane tuttavia la scadenza del 28 maggio e il presidente Napolitano continua inascoltato a incalzare il Parlamento perché intervenga, prenda decisioni. Amnistia e indulto sono la soluzione?

 

«Ho espresso di recente il mio pensiero in merito all’amnistia e indulto e ho detto che da sole non bastano. Senza prevedere soluzioni, percorsi di reale accompagnamento per chi esce e di reale rieducazione per chi rimane, prendiamo tutti in giro. La pena come ci ricorda Sant’Agostino ha una duplice finalità, la conservazione della società e la correzione del reo. Oggi abbiamo creato un sistema che crea insicurezza sociale a un costo folle, miliardi di euro ogni anno».

 

Abbiamo tempo? La scadenza incombe.

 

«Abbiamo tutto, basta volerlo e assumersi la responsabilità. Lo sa che oggi con le leggi attuali almeno 5000 detenuti sono nei termini per ottenere i cosiddetti benefici, cioè modi diversi di espiare la pena facendo un percorso rieducativo e non regalie, quali i permessi, l’articolo 21, la semilibertà e l’affidamento ai servizi sociali? Per non parlare di tutti i detenuti con problemi di tossicodipendenza».

 

Resta il fatto che al momento la situazione è insostenibile: oltre alle condizioni inumane vanno messi in conto i suicidi in carcere, compreso quello degli agenti di polizia penitenziaria, come avvenuto di recente al Due palazzi.

 

«Quando si suicida una persona, un agente o un detenuto è sempre un dolore e una sconfitta, una pesante sconfitta dello Stato, cioè della società tutta, che con questi fatti dimostra di ottenere il contrario di quello che persegue. Sono tragedie su cui non si può speculare come qualcuno ha fatto e continua a fare. Se un’azienda va male, non funziona, almeno una piccola parte dei problemi che ci sono dipendono anche da chi in azienda ci lavora, questo vale per tutti, non può essere sempre e solo colpa degli altri». (a.r.)

 

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