Due interviste di ampio respiro

 

Due autorevoli siti internet di informazione, Linkiesta e Aleteia.org, intervistano il presidente di Officina Giotto Nicola Boscoletto per proporre una panoramica sul mondo del carcere e più in generale sulla giustizia italiana. Il risultato sono due pezzi complementari tra loro in cui, grazie alla disponibilità dei giornalisti, è possibile tentare riflessioni che vanno al di là della cronaca. Ve le proponiamo.

 

 

Linkiesta, lunedì 1 settembre, int. a N. Boscoletto Quei detenuti-pasticceri che fanno risparmiare lo Stato (M. Fattorini) http://www.linkiesta.it/lavoro-carcere-detenuti

 

«Lei immagini un ospedale da cui il 70-90% dei malati esce morto. Oggi le carceri italiane producono una quota di recidiva che arriva a punte del 90%, mentre tra i detenuti che affrontano un percorso lavorativo nei penitenziari la recidiva si attesta all’1 o 2%». Nicola Boscoletto è il presidente della Cooperativa Giotto, opera sociale che fa lavorare 130 detenuti del “Due Palazzi”, carcere di massima sicurezza di Padova. Gente che sconta pene lunghe, se non ergastoli. Si fa giardinaggio, manutenzione, call center per ospedali e grandi aziende, costruzione di biciclette per firme blasonate. Ma il fiore all’occhiello è la pasticceria. «I dolci di Giotto» sforna panettoni artigianali, colombe, biscotti, grissini, cesti regalo. Distribuisce in 165 negozi in Italia, vende pure online e all’estero. Ha vinto i premi del Gambero Rosso e nel 2009 i suoi dolci sono arrivati sul tavolo del G8 de L’Aquila, mangiati dai vari Sarkozy, Obama e Merkel. Ma i clienti affezionati risiedono anche in Vaticano: ogni Natale Joseph Ratzinger ordinava 232 panettoni, Papa Francesco ha confermato lo stesso quantitativo.

 

L’eccellenza della pasticceria non è un caso né un colpo di fortuna, ma un obiettivo. Spiega a Linkiesta Nicola Boscoletto: «Se prima chi operava nel sociale dava priorità alla valenza del far lavorare, ad esempio, i disabili, per noi questione centrale dev’essere la professionalità. È un problema nostro se utilizziamo lavoratori di fasce svantaggiate, ma il prodotto e il lavoro devono essere qualitativamente al top. Se un’impresa normale dà 100, noi dobbiamo dare 101 perché bisogna fornire stabilità a situazioni di svantaggio». Grazie ad altre quindici cooperative, con cui è nata una sorta di federazione, sono fiorite esperienze simili in giro per l’Italia: al carcere Vallette di Torino e a Rebibbia di Roma c’è un servizio di catering di eccellenza, mentre a Trani i carcerati sfornano taralli e a Siracusa fanno dolci tipici siciliani. «Sono prodotti di qualità che devono confrontarsi col mercato. Si tratta aziende vere e proprie, altrimenti sarebbe assistenzialismo».

 

Eppure la favola bella del lavoro in carcere è eccezione, non regola. Un miracolo che si fa nelle storie di sinergia tra società civile e direttori illuminati, educatori e agenti di polizia penitenziaria. La normalità è tutt’altro che dolce in un paese dove la situazione delle carceri è argomento di cronaca tra suicidi, condizioni disumane, recidiva e disagio. Un primo dato lo fornisce Boscoletto: su circa 54mila detenuti sono solo 800 quelli che oggi lavorano all’interno delle carceri, praticamente un’inezia. «Spinto dall’urgenza dei numeri e del richiamo europeo il ministero non poteva rimanere fermo. Prima la Severino e poi la Cancellieri hanno tentato di dare una spinta portando la società civile nel Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Ma da quando non c’è più la Cancellieri questo processo si è arrestato. Ciò non implica un giudizio negativo su Orlando, però da sei mesi siamo senza il capo del Dap. La società civile sta spingendo, ci sono decine di imprese sociali e cooperative che stanno aspettando risposta per incontri perché non muoiano progetti che per anni sono stati sperimentati con risultati positivi».

 

In un paio d’anni il sovraffollamento delle carceri italiane è stato sgonfiato: dai 70mila ai poco più di 50mila di oggi. Eppure l’emergenza non rientra. «Rischiamo di concentrarci sull’aspetto formale dei numeri e non sul contenuto, serve il ripristino della funzione del carcere, cioè quella di restituire una persona meglio di come è entrata. Se il 70-90% dei malati che entrano in ospedale escono morti, oppure se il 70-90% degli studenti che vanno a scuola vengono bocciati, allora c’è qualche problema. Oggi le carceri italiane producono una recidiva che arriva a punte del 90%, vuol dire che il sistema ha fallito». È un cane che si morde la coda, nonostante appelli degli addetti ai lavori e situazioni note che si perpetuano negli anni. Prosegue Boscoletto: «Se noi pensiamo di aver risolto il problema del sovraffollamento grazie al fatto che tutti vivono in spazi superiori ai 3 metri quadri, io dico che non ne bastano nemmeno 100 di metri se non si abbina l’aspetto sanitario, lavorativo, educativo». La chiosa ha il sapore della disillusione: «Einstein diceva che non bisogna affidare la soluzione di un problema a chi il problema lo ha procurato, ma bisogna darlo a un altro. Qui ci si ostina a risolvere i problemi nello stesso modo e con le stesse persone che li hanno provocati».

 

A detta di chi nel carcere ci lavora, le priorità per l’agenda governativa sono tre. La prima, spiega il presidente della Cooperativa Giotto, è «un reale principio di accoglienza, ragion per cui non può esserci solo un bancomat che ti dà il numero di cella, i vestiti, il vassoio e il numero di matricola. Devono esserci persone che accolgono altre persone secondo lo scopo del vigilare e redimere». La seconda urgenza è di carattere sanitario: «Il carcere è pluriperiferia in cui ci sono extracomunitari provenienti da decine di paesi, invalidi, persone con problemi psichiatrici, tossicodipendenti, disagiati sociali. L’aspetto sanitario non può ridursi a distribuzione di psicofarmaci». Il terzo punto risiede nel lavoro dei detenuti. E qui scatta l’obiezione popolare: perché in tempi di crisi, quando padri e figli sono disoccupati, bisogna dare lavoro ai delinquenti? Risponde Boscoletto: «Innanzitutto c’è un vantaggio economico. Per ogni milione di euro investito nella rieducazione se ne risparmiano nove. Con gli 800 detenuti che lavorano la recidiva passa dal 70-90% all’1 o 2%. Senza contare che tra costi diretti e indiretti lo Stato sborsa 250 euro al giorno per ciascun detenuto, parliamo di miliardi di euro che si ripetono come spesa ordinaria ogni anno. Un dato su tutti: per ogni detenuto recuperato si risparmierebbero 100mila euro annui».

 

La rieducazione del condannato, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, coniuga recupero della persona, sicurezza sociale ed economicità. Altrimenti l’esempio di scuola è quello del detenuto che esce di galera e torna a scippare la vecchietta, che a sua volta cade e si rompe il femore. Intervengono le spese sanitarie per l’ospedale, le spese della sicurezza per la polizia che arresta il delinquente oltre a quelle giudiziarie una volta compiuto il passaggio in tribunale, infine al conto si aggiunge il costo del carcere. La filiera sembra banale, ma comporta l’esborso fior di quattrini per le tasche pubbliche, ragion per cui il lavoro in carcere conviene all’uomo e allo Stato. Produce ricchezza anche fuori dalle mura del penitenziario. A Padova, ad esempio, per i 130 detenuti che lavorano, ce ne sono almeno altri 30 che hanno trovato occupazione fornendo know-how, macchinari, supporto amministrativo. Un vero e proprio indotto che Boscoletto quantifica così: «Il rapporto tra lavoratori liberi e detenuti è circa di 1 a 5. Se le 800 persone detenute oggi smettessero di lavorare, altre 200 o giù di lì perderebbero il lavoro».

 

Alla fine della fiera i reclusi che hanno intrapreso un percorso lavorativo sono troppo pochi. Una minoranza privilegiata, che può contare su una seconda possibilità. Gli insider lamentano mancanza di fondi, assenza di progettualità di medio-lungo periodo, troppa burocrazia che scoraggia le aziende. Attacca Boscoletto: «Ci metti un anno a entrare in carcere e poi quando sei dentro ti dicono che non sanno se puoi restare perché non si sa se ci sono i finanziamenti. Che poi non sono semplici finanziamenti, ma investimenti. Perché ci si guadagna». Il presidente della Cooperativa Giotto cita l’esempio del febbraio 2013, quando il ministro Severino dispose un finanziamento straordinario di 16 milioni di euro per incentivare il lavoro penitenziario. «Oggi - attacca Boscoletto - di quel decreto la burocrazia ha fatto di tutto perché il finanziamento si possa usare il meno possibile e il più tardi possibile. Nessuno ha voluto recepire ciò che arrivava nella forma di suggerimento da società civile, imprese sociali e da chi opera nel carcere da decine di anni».

 

Di governo in governo. Il ministro Cancellieri ha incrementato il budget della legge Smuraglia, quella che favorisce il lavoro dei detenuti. Circa 5,5 milioni in più. «Però a questo non corrisponde una spinta istituzionale centrale per fare in modo che gli 800 detenuti sui 54mila che oggi lavorano all’interno delle carceri diventino di più, anzi rischiamo seriamente che diminuiscano». Da Padova all’Italia, da una parte i panettoni dei pasticceri carcerati, dall’altra l’ozio h24 al chiuso delle celle. I due mondi corrono paralleli, non s’incontrano nemmeno per sbaglio. L’esperienza di Giotto, come quella delle cooperative che operano nei penitenziari d’Italia, ha dimostrato che la ricetta funziona. E basta poco. «Non ha vinto il carcere, ma la professionalità». Nicola Boscoletto evoca un cambio di passo culturale «che renda obbligatorio per lo Stato utilizzare il lavoro come trattamento di rieducazione». I risultati fanno la differenza. Soprattutto perché «la cosa più bella è vedere un altro uomo cambiare e noi di questi spettacoli in carcere ne abbiamo visti parecchi».

 

 

Aleteia.org, mercoledì 10 settembre, Esiste la giustizia? (A. Pelleri) http://www.aleteia.org/it/societa/interviste/esiste-la-giustizia-5894520566710272?page=1

 

Sovraffollamento e indulto. Problema, soluzione. Ci hanno abituato a parlare del tema delle carceri solamente in questi termini. La mentalità comune identifica i detenuti completamente con il loro reato e dunque li ritiene meritevoli solo di passare il resto dei loro giorni in carcere.

 

Chi si chiede, invece, che cos’è davvero la giustizia, non trova nel sovraffollamento il vero problema, nell’indulto una soluzione e parte da nomi e cognomi, cioè da persone che sono ben oltre il loro reato. In Italia questo accade in pochi luoghi, come a Padova, dove la Cooperativa Giotto ha sviluppato un progetto di formazione e lavoro all’interno del carcere Due Palazzi. Occuparsi del tema delle carceri diventa allora parte di una scommessa educativa sulle persone detenute, sul loro cambiamento attraverso il lavoro. E questo spesso accade con risvolti sociali ed economici davvero rilevanti: recidiva al 2%, costi minori e quindi risparmi per lo Stato da destinare ad altro. Perché allora progetti come questo non divengono il perno delle politiche sul tema delle carceri? E’ forse necessario riconquistare il senso vero della “giustizia”?

 

Aleteia ne ha parlato con Nicola Boscoletto, presidente di Officina Giotto.

 

Boscoletto, parliamo di giustizia. Come suona questa parola a chi come voi opera da 25 anni nel mondo del carcere?

 

Boscoletto: Dico una cosa che per la mia esperienza è chiarissima ma che penso possa comprendere bene anche chi non ha a che fare direttamente con il mondo del carcere. Nessuno riuscirà mai ad assicurare giustizia piena. Certo alcune aspettative di singoli potranno trovare soddisfazione, ma la giustizia in senso pieno è impossibile da raggiungere. Ci sono momenti storici più “giusti” (certamente preferibili), ma la giustizia piena non si raggiunge in questo mondo. Ad esempio sto cercando di aiutare i miei figli ad abituarsi all’idea che per tutta la vita ci potranno essere ingiustizie, e che andranno certamente affrontate, ma non con il problema di ottenere un’utopica giustizia totale, ma imparando a stare di fronte alla realtà, che a volte comporta anche torti e sacrifici.

 

La giustizia è comunque una necessità dell’uomo. Cosa ci possiamo aspettare realisticamente?

 

Boscoletto: È necessario passare dalla giustizia immediata, terrena, a una giustizia che non viene da mani d’uomo, e tanto meno dai magistrati che spesso si attribuiscono un valore onnipotente. Se si ricordassero che amministrano la giustizia da uomini, quali sono, e che l’uomo in quanto tale sbaglia, avremmo una giustizia più giusta. La giustizia in questo mondo non è assoluta e l’uomo non è perfetto. Per questo prima di tutto si dovrebbe togliere dai tribunali la frase “la legge è uguale per tutti” e non certo per giustificare disuguaglianze di trattamento. Spesso situazioni identiche vengono giudicate in modo opposto. Ogni giorno incontro esempi di questa applicazione discordante della legge e vedo i torti che subiscono molte persone.

 

L’esperienza cristiana in che modo aiuta a vivere questa giustizia?

 

Boscoletto: Quello che manca e che riguarda tutti, non solo i credenti, è la dimensione religiosa, che non vuol dire essere cristiani o mussulmani o buddisti. Mi riferisco a quelle domande di senso che l’uomo ha di fronte a tutto, alle situazioni favorevoli e a quelle difficili. Che senso ha ciò che accade? Questa dimensione religiosa, questa ricerca del senso ultimo propria di ogni uomo è stata ridotta. È necessario togliere tutte le macerie che la soffocano. In questo modo - io l’ho visto con i miei occhi - in qualsiasi condizione si trovi, anche nel carcere peggiore, l’uomo ridestato può esprimere la domanda, il senso religioso e cercare la risposta. Che approdi poi all’esperienza cristiana, mussulmana, buddista in un certo senso è secondario. A noi è capitato di trovare la risposta nell’esperienza cristiana. E io ne sono contento perché credo sia quella che dà il massimo del senso e della concretezza nel presente: non riguarda cioè promesse per il futuro ma il mio vivere quotidiano. Mi fa essere contento adesso.

 

Spesso si parla di lavoro come ciò che dà dignità. Perché questo nella mentalità comune non vale per i detenuti?

 

Boscoletto: Innanzitutto c’è qualcuno che non vuole far valere questo principio. Tra questi molti funzionari e burocrati dello Stato italiano. Per costituzione lo Stato italiano dovrebbe recuperare i detenuti attraverso il pilastro della rieducazione che è il lavoro. In realtà non lo vuole fare o lo fa poco e quando ci sono esperienze che vanno bene, non sempre le sostiene. È come un pavimento con 999 piastrelle sporche e una pulita. Noi diciamo: facciamo in modo che il prossimo anno ci siano più piastrelle pulite. Invece per buona parte dei cosiddetti funzionari o burocrati dello Stato a volte sembra che sia meglio sporcare l’unica pulita, così è tutto uguale e non si vede la differenza. Anche perché pulirne due, quattro, sei… metterebbe in evidenza che in realtà qualcosa si può fare, anzi molto.

 

Anche papa Francesco ripete spesso che il lavoro dà dignità.

 

Boscoletto: Lo ha detto in vari interventi, ho presente in particolare il bellissimo discorso ai lavoratori in Sardegna. Ma perché le parole del Papa non rimangano lettera morta, occorre che il lavoro non sia svuotato del suo significato, cioè di qualcosa che viene prima dello stipendio. Lo stipendio è una componente necessaria del lavoro, ma non l’unica né la più importante. La parte più importante è quella che ti fa capire chi sei, cosa ci fai al mondo, a cosa serve quello che fai. Quella per cui capisci che il lavoro contiene un elemento fondamentale per il compimento della persona, per la tua realizzazione. Paradossalmente chi non ha lavoro capisce meglio queste cose. Chi invece ce l’ha, non sempre lo capisce. Dovremmo farci tutti un selfie quando entriamo al lavoro il lunedì mattina: cosa esprimono le nostre facce in quel momento? Per tantissimi nostri lavoratori del carcere il sabato e la domenica sono i giorni peggiori, perché sono quelli in cui si è costretti all’ozio. Il lunedì mattina per loro è il momento migliore. In un momento storico di crisi soprattutto occupazionale, chi può lavorare ha una grossa responsabilità. Deve decidere come tratta questo tesoro che ha in mano. Altrimenti lui con il suo lavoro diventa parte di una degenerazione, non di una costruzione.

 

Il lavoro ai detenuti è un tema spinoso, che non trova molti consensi nella società.

 

Boscoletto: L’opinione comune dice: “Perché lo Stato deve mettere dei soldi per sostenere attività lavorative di delinquenti quando non abbiamo lavoro neanche noi? Che stiano in carcere e che paghino”. Partiamo dalla conclusione: “che paghino”. È falso. Loro non pagano. Siamo noi che paghiamo più di 250 euro al giorno per ogni detenuto, quasi centomila euro l’anno. Gli paghiamo un master di delinquenza, visto che entrano principianti ed escono delinquenti collaudati, pronti a reiterare il reato o peggio. Miliardi di euro come costi ordinari ogni anno per produrre una recidiva tra l’80 e il 90 per cento: un fallimento totale.

 

L’alternativa?

 

Boscoletto: Quando si avviano programmi rieducativi veri, non sussidi che non servono a nulla, la recidiva crolla al 2 per cento. Questo vuol dire che ogni milione di euro investito per recuperare queste persone attraverso il lavoro ne fa risparmiare nove. Nove milioni meno uno, fa otto. Otto milioni che si potrebbero destinare ai disoccupati, ad esempio, oppure alle scuole, al sociale… Creare un sistema virtuoso di questo tipo significherebbe reinvestire nella società otto, ottanta, ottocento milioni.

 

Detta così, è la quadratura del cerchio. Far uscire dal carcere persone migliori e recuperare fondi per le emergenze sociali. Domanda ingenua: perché non si fa?

 

Boscoletto: Intanto c’è un problema culturale. La gente ripete in buona fede queste frasi, perché male informata e male indirizzata. C’è poi chi usa questi argomenti a scopo propagandistico e speculativo per prendere voti, disinteressandosi di cosa è veramente giusto e di cosa porta davvero a risparmiare i soldi pubblici. Poi c’è chi lo fa evidentemente in mala fede perché su queste cose girano tanti soldi, potere, cariche… Per ultimo, va detto che quando le cose non vanno, soprattutto in Italia, è sempre colpa degli altri, per cui se i detenuti escono peggiori di come entrano è solo colpa loro. Il carcere invece è frutto di una società. I detenuti sono figli nostri, di questa società. Per avere frutti buoni bisogna intervenire sull’albero. Oggi invece la nostra società crea luoghi in cui “buttare” i cattivi, così noi rimaniamo fuori con la coscienza tranquilla e loro stanno dentro, possibilmente per sempre o più a lungo possibile.

 

Come sensibilizzare l’opinione pubblica?

 

Boscoletto: Ognuno ha il suo compito. Cercare di raccontare le cose come stanno, ad esempio, è un contributo importante. E forse oggi i media lo fanno con più coscienza rispetto a qualche anno fa. Quanto a noi, a volte hai l’impressione che il mondo si divida tra il 90 per cento di chi dice cosa è giusto fare e un 10 per cento che fa. Noi per quanto ci riguarda cerchiamo di fare il nostro lavoro meglio che possiamo. Questo contributo, per quanto piccolo, è un invito, un modo per dire: “Fai anche tu!” Quindi il nostro primo apporto lo diamo cercando di fare bene il nostro lavoro e di mettere sul mercato i nostri prodotti.

 

 

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