«L’amore verso l’uomo è la vera rivoluzione». Giovanni Minoli visita il Due Palazzi

 

Prima era stata la figlia Giulia a visitare quel carcere strano in cui, anziché perdere tempo tutto il giorno, molti detenuti lavorano. Poi dopo due interviste radiofoniche a Mix24 sulla situazione delle carceri italiane e le attività del carcere di Padova, alla fine - un grande giornalista non può esimersi dal farlo - ha voluto controllare di persona come stavano le cose. E così oggi Giovanni Minoli, uomo che ha fatto la storia del giornalismo televisivo in Italia, ha visitato la casa di reclusione Due Palazzi di Padova.

 

Minoli ha visitato la cucina, la pasticceria Giotto e le altre lavorazioni e poi si è fermato a pranzo con alcuni detenuti e operatori di Officina Giotto, alla presenza anche del direttore dell'istituto Salvatore Pirruccio e del cappellano del carcere don Marco Pozza. Il pranzo è il momento delle presentazioni, ogni detenuto espone brevemente la propria storia. Vicende che «che sarebbero da raccontare, soprattutto in televisione», commenta Minoli. «Mi avevano parlato di voi, ma finché uno non vede queste cose non può capire di cosa si parla. Un’esperienza che dà respiro all’anima».

 

Poi si passa tutti nel vicino laboratorio per la costruzione di biciclette, trasformato per l’occasione in auditorium. Alla presenza di un centinaio di detenuti, Minoli si racconta, rispondendo alle domande del pubblico. A partire dalla famiglia, soprattutto dal padre che gli diceva «nella vita la cosa più importante è decidere per cosa dare la vita». Una lezione che non si dimentica: l’importante è «morire vivi». Minoli poi parla del suo lavoro, una passione, anzi «un’avventura quasi monacale, vocazionale». Dove l’importante è non essere da soli, la squadra è tutto. E ricorda «come Maradona si coccolava i suoi terzini, i mediani», che correvano per lui, permettendogli di fare gesti tecnici che solo lui al mondo sapeva compiere.

 

Il creatore di Mixer e La storia siamo noi si sofferma sui momenti personali di difficoltà, soprattutto quando è stato licenziato dalla Rai. «Disoccupato, ho voluto andare in Africa, starci più di un anno, incontrare la sofferenza di quella gente e i sacrifici dei missionari che stavano con loro. Mi è stato utile, lì sono riuscito a separare Giovanni da Minoli, l’uomo dal personaggio che ti volevano far essere».

 

Si tocca poi l’argomento fede («inutile parlarne: se uno ce l’ha si vede»), si parla di papa Francesco («ha un tale amore per i più umili che se ne frega completamente dei ricchi e dei potenti»), arrivano domande sui meccanismi dell’informazione e sull’Islam («Quanto durerà la tolleranza degli islamici verso i radicalismi che strumentalizzano la loro religione?», detto da uno che il Corano l’ha molto più che sfogliato).

 

I lavoratori della Giotto avrebbero ancora tante domande. Perché tanto disinteresse verso il carcere? «Perché la reazione più facile e rassicurante è pensare a voi come al male, invece che come persone». E invece «essere venuto qui significa aver visto tanto amore, ma anche tanta concretezza, spirito imprenditoriale, perché l’amore senza concretezza non porta molto lontano. L’amore verso l’uomo è la vera rivoluzione». «Dacci un consiglio», è l'ultima domanda dall'ultima fila di un detenuto africano. Ormai tutti sono passati al tu. «Fate quello che fate, vedo difficile fare qualcosa di più. Comunque quello di oggi è un arrivederci, conto di tornare presto».

 

Don Marco chiude raccontando di un detenuto nigeriano che ha deciso di farsi battezzare. Il padre, di Boko Haram, gli ha detto: «Fai pur quello che vuoi, ma quando tornerai a casa ti ucciderò con le mie mani». Risposta: «Io tra la vita e Cristo scelgo Cristo». Lui sì ha deciso per cosa dare la vita, anzi per chi. Perché l’importante è che la morte ci colga vivi.

 

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